Il principio attvo è il Risperidone. Si può trovare in compresse, gocce e soluzione.
E' un antipsicotico e viene prescritto in caso di schizofrenia, depressione, ansia.
Gli effetti indesiderati conosciuti sono:
- insonnia, agitazione, ansietà;
- cefalee, vertigini, disturbi della concentrazione;
- stipsi, nausea, vomito, dolore addominale;
- visione offuscata;
- incontinenza;
- disturbi della sfera sessuale;
- alterazioni del ciclo mestruale, amenorrea;
- distonia acuta;
- aumento di peso.
I dati preclinci sulla sicurezza hanno mostrato un aumento significativo di carcinomi nelle cavie animali.
Da qualche anno viene prescritto anche a bambini in tenera età e, in modo specifico, a bambini affetti da disturbo generalizzato dello sviluppo, come stabilizzatore dell'umore.
La FDA ha approvato la somministrazione del Risperidone nel trattamento sintomatico dell'irritabilità nei bambini e negli adolescenti autistici.
Tale approvazione è la conseguenza del risultato di due studi clinici della durata di 8 settimane che hanno coinvolto 156 pazienti autistici nella fascia di età dai 5 ai 12 anni. E' stato dimostrato che i bambini a cui è stato somministrato il suddetto farmaco presentavano un miglioramento dei sintomi comportamentali, quali l'aggressività e l'autolesionismo.
In queste 8 settimane gli effetti collaterali segnalati sono stati: sonnolenza, stipsi, aumento di peso e affaticamento.
Purtroppo, nonostante tutto, non si hanno ulteriori dati disponibili sulle conseguenze a breve e lungo termine su soggetti in età inferiore ai 15 anni e, in genere, viene sconsigliata la prescrizione in età pediatrica.
Ultime ricerche del centro di ricerca della FDA, segnalano una associazione tra l'uso del Risperidone e:
- iperprolattinemia (eccessiva produzione di prolattina, causa di molti malesseri)
- galattorrea (secrezione di latte dalle mammelle al di fuori dell'allattamento)
- tumore pituitario (neoplasia intracraniale)
Tale scoperta è in linea con i risultati degli studi effettuati sugli animali.
http://www.ilprisma.org/risperdal.htm
mercoledì 28 luglio 2010
A cosa serve il RISPERDAL?
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martedì 27 luglio 2010
Famiglie unite ma in conflitto danneggiano figli
"Anche le famiglie tradizionali e unite, se i genitori sono infelici e in conflitto permanente fra loro, possono creare problemi enormi ai figli". Lo sottolinea Anna Oliverio Ferraris, ordinario di Psicologia dello sviluppo all'Università Sapienza di Roma, dopo che Papa Benedetto XVI ha denunciato un 'assedio' alla famiglia basata sul matrimonio tra uomo e donna, sostenendo che divorzio, convivenza e famiglie allargate rovinano la vita di molti bambini, spesso "privati dell'appoggio dei genitori, vittime del malessere e dell'abbandono, e che si sentono orfani non perché figli senza genitori, ma perché figli che ne hanno troppi".
"Una famiglia unita ma fortemente conflittuale è altrettanto lesiva per i figli. Due genitori che non si separano, ma portano avanti per anni una convivenza rabbiosa - dice la psicologa - possono fare danni notevoli a bambini che vivono e crescono in un clima simile". E se oggi alla famiglia 'tradizionale' si è affiancata quella 'allargata', popolata da ex coniugi e fratellastri, anche "in passato esistevano varie tipologie di famiglie: uno dei due genitori moriva e ci si risposava, acquisendo matrigne o patrigni, fratellastri o sorellastre. Oppure si viveva in casa con nonni, zii e cugini".
Inoltre "le persone non si separano per capriccio, ma spesso per ragioni forti, soprattutto se ci sono dei bambini. Insomma, ogni tipologia di famiglia ha pregi e limiti - sostiene la psicologa, autrice fra l'altro di due libri sul tema: 'Dai figli non si divorzia. Separarsi e rimanere buoni genitori' e 'Il terzo genitore. Vivere con i figli dell'altro' - L'importante è mantenere un clima di equilibrio e serenità". E se il timore è che troppi adulti possano confondere i bimbi, l'esperta sottolinea che "non tutti nella famiglia allargata devono necessariamente svolgere un ruolo da genitore. Anzi, il partner della mamma può essere una sorta di 'zio' acquisito, che non deve pretendere di 'rubare' il ruolo del genitore che vive fuori dalla famiglia, ma comportarsi in modo adulto e rispettoso". Evitando situazioni in cui si creino, ad esempio, "'genitori della domenica' cui si richiede solo di giocare con i figli".
"Vivere conflitti permanenti - prosegue la Oliverio Ferraris - crea più danni di una separazione che si svolge in un clima sereno: i bambini possono adattarsi a questo cambiamento, mentre faticano se c'è competizione tra gli adulti". La famiglia tradizionale e unita è un bene, "ma non c'è sempre. E anche le alternative hanno pregi e limiti", conclude.
Fonte: http://www.adnkronos.com/IGN/Altro/?id=3.0.3960779788
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Per vincere la paura di vincere, i campioni si allenano sul lettino
Casey Stoner, grande campione del Motomondiale, si ferma dopo molte vittorie e un anno difficile: non corre più, troppo stress. Michael Schumacher nel suo giorno più amaro capisce di essere umano, troppo umano, e dopo essere stato richiamato come salvatore della patria dalla Ferrari è costretto a rifiutare per un dolore al collo e a rimandare il rientro in F1.
Flavia Pennetta, la tennista brindisina, è la prima donna italiana a entrare nella top ten del tennis, ma poi si ritira davanti alla temuta Dinara Safina, come se nel suo cuore sentisse che fino lì non può ancora arrivare.
E Federica Pellegrini, la ragazza d’oro del nuoto italiano, torna a vincere solo dopo avere pensato di morire inghiottita dalle acque della piscina.
Campioni sempre più androidi, come l’uomo più veloce al mondo, il giamaicano Usain Bolt (che invece vince e ride: qui la GALLERY delle sue imprese a Berlino), riescono a battere record impossibili, però poi crollano davanti all’avversario imprevedibile: la loro mente.
Sarà questa la sorte anche dello sprinter statunitense Tyson Gay che dopo aver inutilmente stracciato il record americano si è visto superare da un Bolt mostruoso? Campioni che per vincere devono prima passare dalla stanza dello psicologo. “Negli ultimi 10 anni la parte psicologica di uno sportivo è diventata sempre più importante” spiega Piero Astegiano, vicedirettore dell’Istituto di medicina dello sport di Torino. “Ho riscontrato una fragilità psicologica inaspettata da parte degli sportivi. Ma dobbiamo anche ricordarci che parliamo di ventenni”.
Stoner di anni ne ha 23, tanti quanti Laure Manaudou, la campionessa di nuoto francese che ha mollato tra pianti e foto hard. “Non sono contrario agli atleti che staccano, meglio fermarsi, magari per un periodo, che fare blackout.
“Bisogna saper riconoscere i primi segnali di disagio” avverte Daniele Popolizio, psicologo e psicoterapeuta. È responsabile internazionale del Progetto sport della commissione scientifica dell’Unione Europea e direttore generale del Cenpis (Centro di psicologia specialistica), fondato dal padre, Antonio Popolizio, che ha inventato un metodo “che impedisce di farsi autogol”, una formula che non aiuta solo gli sportivi, ma anche i manager disoccupati o le coppie in crisi sentimentale. “I meccanismi che ti fanno vincere, che ti aiutano a non ripetere gli stessi errori si applicano allo stesso modo nello sport e nella vita di tutti i giorni”.
Da tre stagioni segue Pellegrini, l’ha aiutata a tornare a vincere, anche grazie a una semplice frase, “una piccola pozione magica” che lei si ripete come un mantra: “Non è reale”. Non è reale la paura di perdere o, forse, di perdersi.
“Federica ha vinto perché era molto preparata anche dal punto di vista psicologico. Era pronta ad affrontare qualsiasi imprevisto. Ha vinto perché ha retto le aspettative che crescevano intorno a lei”. Popolizio è il “mental coach”, come preferisce farsi chiamare, che segue i grandi del nuoto italiano come Luca Marin, fidanzato di Pellegrini, Filippo Magnini, Alessia Filippi, Edoardo Giorgetti e, dall’autunno, Carolina Kostner, la campionessa di pattinaggio.
“Oggi il talento non basta più, molti campioni ricorrono all’aiuto psicologico per analizzare e bloccare in anticipo i meccanismi della mente sottoposta a stress”.
La paura del pre gara, di perdere, ma anche, sembra paradossale, la paura di vincere. “È la nikefobia, dal greco nike, vittoria (e non dalla griffe sportiva come pensano certi miei allievi). È la paura di andare oltre i propri limiti, la paura edipica di superare il padre, il senso di colpa per un premio che pare troppo elevato ” chiarisce la psicoterapeuta Sabina Sereno, consulente del Coni alla Regione Piemonte e docente di psicologia dello sport a Torino. “È la fobia che porta molti atleti a restare eterni secondi o a infortunarsi davanti a un evento importante. Un fattore inconscio che si risolve con un lungo lavoro a volte non compatibile con i tempi dello sport”. Perché i tempi dello sport sono brevissimi e intensi. “È un mondo che estremizza lo stress. E se perdi anche solo una volta sembra che tutto sia perduto. L’unica strada appare l’abbandono, ma niente è più sbagliato. Se uno sportivo fin da piccolo è abituato a perdere, è più facile che da grande vinca”.
“Perché, come dice il Dalai Lama, quando perdi, non perdere la lezione” aggiunge Pietro Trabucchi, psicologo, da vent’anni specializzato nel seguire discipline di resistenza, al fianco della squadra nazionale di triathlon e di fondo. Ha seguito Giorgio Di Centa, oro a Torino 2006. “Ha cominciato a sciare a 5 anni, ma ha dovuto aspettarne 27 per vincere una medaglia olimpica”. Una volta a 30 anni eri finito, “oggi non è più così, basta guardare Alessandra Sensini e Josefa Idem (bronzo pochi giorni fa ai Mondiali di Dartmouth, a 44 anni). La differenza la fa la mente”.
Nel suo ultimo libro, Resisto dunque sono (Corbaccio), spiega il concetto di “resilienza”: “La capacità di persistere nel perseguire gli obiettivi di sfida, fronteggiando le difficolta e gli eventi negativi che si incontrano. Il resiliente è un ottimista, ritiene di saper controllare la propria vita, vede i cambiamenti come una sfida e non come una sfiga“. La resilienza non è come il coraggio di Don Abbondio, chi non ce l’ha se la puo dare e potenziare. “Aiuto i miei atleti con tecniche di meditazione, simili a quelle delle filosofie orientali.
Per controllare il pensiero, svuotare la mente. Per non temere la fatica, ma senza rimuovere il dolore e la paura, che devono esserci. I grandi alpinisti hanno tutti paura del vuoto”. E per provare che le sue teorie erano giuste Trabucchi nel 2005 ha scalato l’Everest. Le difficoltà rafforzano la mente, scriveva Seneca, ed è nelle difficolta che si vede un campione. Popolizio ai suoi atleti consiglia di parlare poco con i concorrenti, di non isolarsi con la musica per non avere un impatto energetico troppo forte al momento clou. “Quando si avvicina la gara, bisogna avere una percezione a imbuto. Se a 3 ore dalla prova riesco ancora a ridere, a mezz’ora sto da solo e mi preparo come un proiettile”.
E nella preparazione tra uomini e donne c’e una determinante differenza. “Le donne sembrano piu fragili, tuttavia se perdono la concentrazione la recuperano piu facilmente. Gli uomini non riescono a ritrovarla”. Caso eccezionale è Valentino Rossi, “che non credo sia mai stato seguito da uno psicologo” continua Popolizio “ma è caduto e risorto da solo. Vince perché sa perdere. La sua abilità è riuscire a gestire il rischio. Ricordo un suo incredibile sorpasso a un compagno di squadra, quando ormai aveva la gara in tasca. È come se gareggiasse contro se stesso. Lui rischia sempre. E non tutti gli atleti sono disposti a rischiare”.
La paura del dolore, della fatica e una delle prime cause di blocco. “Per batterla creiamo ai campioni scenari ipotetici, mettendoli davanti alle gare che piu temono” racconta Elena Meccariello, psicologa all’Istituto di medicina dello sport del Coni. Ha seguito la tennista Roberta Vinci, i tuffatori Nicola e Tommaso Marconi, ha valutato tutti gli atleti olimpici, da Valentina Vezzali ad Aldo Montano. “Oggi si vince con la testa, lasciando poco al caso. Lo psicologo ti aiuta a vivere nella mente il momento della gara, con tecniche di immaginazione: se il tuffo dura pochi secondi, l’atleta lo deve immaginare in continuazione e la ripetizione mentale deve essere costante. Se il tuffo sarà perfetto nella mente, il corpo lo eseguira perfettamente anche nella realtà”.
Riferisce che Vinci, molte volte avversaria di Pennetta (anche lei seguita da uno psicologo a Barcellona, lo stesso della collega Conchita Martinez), “aveva un blocco in partenza, non pensava di poter raggiungere quei risultati. Se non credi in te stesso, l’avversario ti battera sempre. Come nella vita“. Racconta la dottoressa Sereno che nell’ambiente circola una battuta: “La differenza tra un campione e un altro e solo di 20 centimetri. La misura del cervello".
"Per vincere la paura di vincere, i campioni si allenano sul lettino", tratto in data 27-08-2009 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=18680
Flavia Pennetta, la tennista brindisina, è la prima donna italiana a entrare nella top ten del tennis, ma poi si ritira davanti alla temuta Dinara Safina, come se nel suo cuore sentisse che fino lì non può ancora arrivare.
E Federica Pellegrini, la ragazza d’oro del nuoto italiano, torna a vincere solo dopo avere pensato di morire inghiottita dalle acque della piscina.
Campioni sempre più androidi, come l’uomo più veloce al mondo, il giamaicano Usain Bolt (che invece vince e ride: qui la GALLERY delle sue imprese a Berlino), riescono a battere record impossibili, però poi crollano davanti all’avversario imprevedibile: la loro mente.
Sarà questa la sorte anche dello sprinter statunitense Tyson Gay che dopo aver inutilmente stracciato il record americano si è visto superare da un Bolt mostruoso? Campioni che per vincere devono prima passare dalla stanza dello psicologo. “Negli ultimi 10 anni la parte psicologica di uno sportivo è diventata sempre più importante” spiega Piero Astegiano, vicedirettore dell’Istituto di medicina dello sport di Torino. “Ho riscontrato una fragilità psicologica inaspettata da parte degli sportivi. Ma dobbiamo anche ricordarci che parliamo di ventenni”.
Stoner di anni ne ha 23, tanti quanti Laure Manaudou, la campionessa di nuoto francese che ha mollato tra pianti e foto hard. “Non sono contrario agli atleti che staccano, meglio fermarsi, magari per un periodo, che fare blackout.
“Bisogna saper riconoscere i primi segnali di disagio” avverte Daniele Popolizio, psicologo e psicoterapeuta. È responsabile internazionale del Progetto sport della commissione scientifica dell’Unione Europea e direttore generale del Cenpis (Centro di psicologia specialistica), fondato dal padre, Antonio Popolizio, che ha inventato un metodo “che impedisce di farsi autogol”, una formula che non aiuta solo gli sportivi, ma anche i manager disoccupati o le coppie in crisi sentimentale. “I meccanismi che ti fanno vincere, che ti aiutano a non ripetere gli stessi errori si applicano allo stesso modo nello sport e nella vita di tutti i giorni”.
Da tre stagioni segue Pellegrini, l’ha aiutata a tornare a vincere, anche grazie a una semplice frase, “una piccola pozione magica” che lei si ripete come un mantra: “Non è reale”. Non è reale la paura di perdere o, forse, di perdersi.
“Federica ha vinto perché era molto preparata anche dal punto di vista psicologico. Era pronta ad affrontare qualsiasi imprevisto. Ha vinto perché ha retto le aspettative che crescevano intorno a lei”. Popolizio è il “mental coach”, come preferisce farsi chiamare, che segue i grandi del nuoto italiano come Luca Marin, fidanzato di Pellegrini, Filippo Magnini, Alessia Filippi, Edoardo Giorgetti e, dall’autunno, Carolina Kostner, la campionessa di pattinaggio.
“Oggi il talento non basta più, molti campioni ricorrono all’aiuto psicologico per analizzare e bloccare in anticipo i meccanismi della mente sottoposta a stress”.
La paura del pre gara, di perdere, ma anche, sembra paradossale, la paura di vincere. “È la nikefobia, dal greco nike, vittoria (e non dalla griffe sportiva come pensano certi miei allievi). È la paura di andare oltre i propri limiti, la paura edipica di superare il padre, il senso di colpa per un premio che pare troppo elevato ” chiarisce la psicoterapeuta Sabina Sereno, consulente del Coni alla Regione Piemonte e docente di psicologia dello sport a Torino. “È la fobia che porta molti atleti a restare eterni secondi o a infortunarsi davanti a un evento importante. Un fattore inconscio che si risolve con un lungo lavoro a volte non compatibile con i tempi dello sport”. Perché i tempi dello sport sono brevissimi e intensi. “È un mondo che estremizza lo stress. E se perdi anche solo una volta sembra che tutto sia perduto. L’unica strada appare l’abbandono, ma niente è più sbagliato. Se uno sportivo fin da piccolo è abituato a perdere, è più facile che da grande vinca”.
“Perché, come dice il Dalai Lama, quando perdi, non perdere la lezione” aggiunge Pietro Trabucchi, psicologo, da vent’anni specializzato nel seguire discipline di resistenza, al fianco della squadra nazionale di triathlon e di fondo. Ha seguito Giorgio Di Centa, oro a Torino 2006. “Ha cominciato a sciare a 5 anni, ma ha dovuto aspettarne 27 per vincere una medaglia olimpica”. Una volta a 30 anni eri finito, “oggi non è più così, basta guardare Alessandra Sensini e Josefa Idem (bronzo pochi giorni fa ai Mondiali di Dartmouth, a 44 anni). La differenza la fa la mente”.
Nel suo ultimo libro, Resisto dunque sono (Corbaccio), spiega il concetto di “resilienza”: “La capacità di persistere nel perseguire gli obiettivi di sfida, fronteggiando le difficolta e gli eventi negativi che si incontrano. Il resiliente è un ottimista, ritiene di saper controllare la propria vita, vede i cambiamenti come una sfida e non come una sfiga“. La resilienza non è come il coraggio di Don Abbondio, chi non ce l’ha se la puo dare e potenziare. “Aiuto i miei atleti con tecniche di meditazione, simili a quelle delle filosofie orientali.
Per controllare il pensiero, svuotare la mente. Per non temere la fatica, ma senza rimuovere il dolore e la paura, che devono esserci. I grandi alpinisti hanno tutti paura del vuoto”. E per provare che le sue teorie erano giuste Trabucchi nel 2005 ha scalato l’Everest. Le difficoltà rafforzano la mente, scriveva Seneca, ed è nelle difficolta che si vede un campione. Popolizio ai suoi atleti consiglia di parlare poco con i concorrenti, di non isolarsi con la musica per non avere un impatto energetico troppo forte al momento clou. “Quando si avvicina la gara, bisogna avere una percezione a imbuto. Se a 3 ore dalla prova riesco ancora a ridere, a mezz’ora sto da solo e mi preparo come un proiettile”.
E nella preparazione tra uomini e donne c’e una determinante differenza. “Le donne sembrano piu fragili, tuttavia se perdono la concentrazione la recuperano piu facilmente. Gli uomini non riescono a ritrovarla”. Caso eccezionale è Valentino Rossi, “che non credo sia mai stato seguito da uno psicologo” continua Popolizio “ma è caduto e risorto da solo. Vince perché sa perdere. La sua abilità è riuscire a gestire il rischio. Ricordo un suo incredibile sorpasso a un compagno di squadra, quando ormai aveva la gara in tasca. È come se gareggiasse contro se stesso. Lui rischia sempre. E non tutti gli atleti sono disposti a rischiare”.
La paura del dolore, della fatica e una delle prime cause di blocco. “Per batterla creiamo ai campioni scenari ipotetici, mettendoli davanti alle gare che piu temono” racconta Elena Meccariello, psicologa all’Istituto di medicina dello sport del Coni. Ha seguito la tennista Roberta Vinci, i tuffatori Nicola e Tommaso Marconi, ha valutato tutti gli atleti olimpici, da Valentina Vezzali ad Aldo Montano. “Oggi si vince con la testa, lasciando poco al caso. Lo psicologo ti aiuta a vivere nella mente il momento della gara, con tecniche di immaginazione: se il tuffo dura pochi secondi, l’atleta lo deve immaginare in continuazione e la ripetizione mentale deve essere costante. Se il tuffo sarà perfetto nella mente, il corpo lo eseguira perfettamente anche nella realtà”.
Riferisce che Vinci, molte volte avversaria di Pennetta (anche lei seguita da uno psicologo a Barcellona, lo stesso della collega Conchita Martinez), “aveva un blocco in partenza, non pensava di poter raggiungere quei risultati. Se non credi in te stesso, l’avversario ti battera sempre. Come nella vita“. Racconta la dottoressa Sereno che nell’ambiente circola una battuta: “La differenza tra un campione e un altro e solo di 20 centimetri. La misura del cervello".
"Per vincere la paura di vincere, i campioni si allenano sul lettino", tratto in data 27-08-2009 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
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La preparazione mentale nello sport
L’obiettivo dichiarato è appropriarsi della propria condizione emotiva e psicofisica per trasformarla nel livello più elevato della prestazione.
La preparazione mentale può essere uno stimolo efficace per un mondo sportivo che si serve della scienza, ma non ha ancora maturato la consapevolezza che lo sport non può essere che la sintesi sempre più funzionale del fisico e della mente.
La scienza che si interessa del fisico è arrivata a livelli così elevati che per andare oltre sembra che si debba necessariamente ricorrere a stimoli illeciti, mentre non riconosce ancora i contributi dei mezzi legali ed efficaci: la persona, il gruppo e la mente, che possiedono risorse solo da scoprire e sviluppare. Non si può dire che lo sport non cerchi di fare qualcosa anche per la mente, ma troppo spesso chi si improvvisa esperto applica credenze del buon senso comune o residui di proprie esperienze emotive, e di fatto usa mezzi dannosi e superati.
La rabbia, le lunghe concentrazioni nelle quali si consuma energia e si accumula paura, le strigliate e l’ illusione di stimolare ulteriore tensione quando si è già superato il punto oltre il quale si spegne il rendimento, gli appelli all’ impegno e il richiamo ai valori e alla bandiera sono un armamentario ingombrante e inutile e, spesso, addirittura deleterio per il rendimento e la prestazione.
Lo sport, quindi, è ancora attratto dal più e dal meglio, ovvero esaspera e vorrebbe raggiungere un’ eccitazione che ha già superato e annullato l’ optimum del rendimento, mentre la psiche e la mente hanno regole del tutto diverse e livelli di rendimento massimo ben definiti e non certo legati ad inutili affanni.
La psicologia dello sport è un’ indicazione appropriata per conciliare il fisico, la mente ed il collettivo, e per trovare l’equilibrio ottimale: suggerisce i metodi per ridurre la tensione negativa e per portare l’ atleta alla consapevolezza del proprio funzionamento, alla capacità di scoprire i fattori del proprio rendimento e a saperlo migliorare in ogni momento dello sport. La filosofia che emerge non garantisce la vittoria e non pretende di creare risorse inesistenti, ma cerca costantemente l’ impiego ottimale di tutte quelle di cui l’ atleta dispone che sono la sua massima risorsa.
La fase creativa della psicologia consiste nello sviluppo e nel miglior uso delle abilità mentali, nell’ individuare in ogni atleta i caratteri e le specificità per portare ognuno ad un uso completo e non affannoso delle proprie risorse anche attraverso l’utilizzo di strumenti che aiutano ad individuare gli obiettivi possibili, a conoscere tutte le proprie risorse e ad impiegarle per raggiungere i livelli più alti della prestazione.
In ogni atleta c’è la possibilità di migliorare mentalmente e che non sono i “fragili” che si rivolgono allo psicologo dello sport ma i più desiderosi di raggiungere e superare i propri limiti.
"La preparazione mentale nello sport", tratto in data 21-07-2010 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=23293
La preparazione mentale può essere uno stimolo efficace per un mondo sportivo che si serve della scienza, ma non ha ancora maturato la consapevolezza che lo sport non può essere che la sintesi sempre più funzionale del fisico e della mente.
La scienza che si interessa del fisico è arrivata a livelli così elevati che per andare oltre sembra che si debba necessariamente ricorrere a stimoli illeciti, mentre non riconosce ancora i contributi dei mezzi legali ed efficaci: la persona, il gruppo e la mente, che possiedono risorse solo da scoprire e sviluppare. Non si può dire che lo sport non cerchi di fare qualcosa anche per la mente, ma troppo spesso chi si improvvisa esperto applica credenze del buon senso comune o residui di proprie esperienze emotive, e di fatto usa mezzi dannosi e superati.
La rabbia, le lunghe concentrazioni nelle quali si consuma energia e si accumula paura, le strigliate e l’ illusione di stimolare ulteriore tensione quando si è già superato il punto oltre il quale si spegne il rendimento, gli appelli all’ impegno e il richiamo ai valori e alla bandiera sono un armamentario ingombrante e inutile e, spesso, addirittura deleterio per il rendimento e la prestazione.
Lo sport, quindi, è ancora attratto dal più e dal meglio, ovvero esaspera e vorrebbe raggiungere un’ eccitazione che ha già superato e annullato l’ optimum del rendimento, mentre la psiche e la mente hanno regole del tutto diverse e livelli di rendimento massimo ben definiti e non certo legati ad inutili affanni.
La psicologia dello sport è un’ indicazione appropriata per conciliare il fisico, la mente ed il collettivo, e per trovare l’equilibrio ottimale: suggerisce i metodi per ridurre la tensione negativa e per portare l’ atleta alla consapevolezza del proprio funzionamento, alla capacità di scoprire i fattori del proprio rendimento e a saperlo migliorare in ogni momento dello sport. La filosofia che emerge non garantisce la vittoria e non pretende di creare risorse inesistenti, ma cerca costantemente l’ impiego ottimale di tutte quelle di cui l’ atleta dispone che sono la sua massima risorsa.
La fase creativa della psicologia consiste nello sviluppo e nel miglior uso delle abilità mentali, nell’ individuare in ogni atleta i caratteri e le specificità per portare ognuno ad un uso completo e non affannoso delle proprie risorse anche attraverso l’utilizzo di strumenti che aiutano ad individuare gli obiettivi possibili, a conoscere tutte le proprie risorse e ad impiegarle per raggiungere i livelli più alti della prestazione.
In ogni atleta c’è la possibilità di migliorare mentalmente e che non sono i “fragili” che si rivolgono allo psicologo dello sport ma i più desiderosi di raggiungere e superare i propri limiti.
"La preparazione mentale nello sport", tratto in data 21-07-2010 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=23293
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Adolescenza e comportamento suicidario
L'adolescenza è quella fase della vita durante la quale l'individuo non è più un bambino e non è ancora un uomo. Essa è considerata come un fenomeno complesso che porta profondi cambiamenti a livello fisico, psicologico, affettivo, relazionale, sociale e cognitivo e alla crescita e alla maturazione individuale.
In questo periodo di modificazioni, i giovani sono impegnati nella realizzazione della propria indipendenza dai genitorie nella costruzione della propria identità al di fuori della famiglia. Per questo, i genitori devono aiutare i figli non ostacolandone lo sviluppo e l'allontanamento, infatti la famiglia può tendere a considerare i figli sempre come "bambini".
L'adolescente deve raggiungere un nuovo equilibrio attarverso un processo di trasformazione che provoca sentimenti ambivalenti: timore di non riuscire e ansia, insieme con ambizione e desiderio di riconoscimento: egli vuole divenire autonomo ma rimpiange la perdita dell'infanzia.
Questo periodo di cambiamenti vede la persona anche in relazione agli amici, oltre che a famiglia e scuola.
Gli amici sono importanti perchè in questa fase della vita ci si può sentire incompresi da mamma e papà, ma accettati solo dai pari che condividono stesse emozioni e disagi tipici dell'età.
I ragazzi possono sentirsi talmente presi dalle loro problematiche e percepirle come irrisolvibili e ingestibili, e dunque arrivare a scegliere di tentare di togliersi la vita.
Il termine "suicidio" significa atto con cui l'uomo dispone definitivamnete di se stesso. E' un fenomeno diffuso in tutte e epoche e culture.
La psichiatria definisce il suicidio come un sintomo o come una sindrome. Considerarlo un sintomo vuol dire che è un atto voluto dal soggetto che decide di non vivere più per una causa esperna o interna al soggetto; il suicidio come una sindrome significa che esistono altri pensieri, atti, sentimenti e comportamenti, che la coscienza è alterata così come lo è il pensiero, cioè esiste un quadro psicopatologico alterato.
I comportamenti suicidari sono un fenomeno complesso e rappresentano un malessere della persona a più livelli e il suicidio è pensato come la soluzione migliore; esiste una crisi che comporta forte ssofferenza, bisogna non soddisfatti disperazione, sentimenti d'impotenza, situazioni sentite come insostenibili.
Disagi sostenuti da un'identità non maturata non permettono al giovane di integrarsi nella società e lo fa isolare dall'esterno, rendendolo più vulnerabile.
Suicidio e tentativo di suicidio sono considerati comportamenti prevedibili perchè ci può essere emulazione del gesto tra adolescenti che si conoscono tra loro o che frequentano la stessa scuola.
Il maggiore predittore per il rischio di suicidio è il tentativo di suicidio: interventi preventivi sono da attuarsi in persone trattate o ricoverate in ospedale per una condotte autolesiva. Oggi si interviene sulla "crisi" da parte di un'équipe pronta ad aiutare chi si trova dinanzi.
Sono emersi vari aspetti del suicidio che l'hanno considerato come modalità di esprimere, ad esempio, un lutto riferendosi non solo alla perdita di una persona ma anche di un'astrazione che ne ha preso il posto, come un valore o un ideale; può essere considerato conseguenza di una regressione ad una fase infantile dello sviluppo; ancora, come intenso desiderio di dipendenza verso un oggetto perduto; come fantasie di gratificazione legate ad un oggetto amato.
Hendin, dell'American Foundation for Suicide Prevention, ha studiato e classificato i diversi tipi di suicidio, affermando che le modalità di togliersi a vita vanno analizzate più della personalità del paziente perchè danno maggiori informazioni.
Da studi genetici sul comportamento suicidario -per valutare l'esistenza di una componente genetica nel tentato suicidio- è emerso che a maggior parte degli adoescenti che hanno tentato di togliersi la vita avevano una storia familiare di suicidio.
Circa la comunicazione nel comportamento suicidario, è dimostrato il rifiuto di comunicare immediatamente prima dell'atto, che avviene quando l'individuo interrompe le relazioni personali chiudendosi. Mentre nel tentato suicidio c'è la comunicazione della persona suicida, che "manipola" quelle attorno a sè.
Il grave problema delle condotte suicidarie in età adolescenziale è sempre più diffuso e necessita di analisi dele origine del gesto perchè si colloca tra le cinque principali cause di morte giovanile nella maggior parte dei paesi.
Le motivazioni sono da ricercare sia nell'ambito sociale, familiare e culturale di chi tenta il suicidio che nei disturbi psichici di cui la persona è affetta. In quest'età della vita, i ragazzi possono agire contro se stessi per evadere o dimenticare, morire per sfuggire alla depressione, per scommessa.
Un profilo dei giovani con idee suicide è emerso da studi che riportano questi fattori di rischio: sesso femminile, disturbi depressivi, disturbo da abuso e dipendenza da sostanze, disturbo del comportamento aggressivo, disturbo d'ansia e attacco di panico, eventi stressanti immediatamente precedenti il gesto, disfunzioni della famiglia, convivenza con un solo genitore, difficoltà coi pari, insuccessi scolastici.
Influenzano negativimente: i contesti familiari, insufficiente supporto della famiglia, separazione tra i genitori, morti o lutti non elaborati, difficoltà sociali, esperienze di violenza fisica e sessuale, problemi giudiziari.
Poca abilità sociale e capacità di problem solving, impulsività e aggressività sono caratteristiche di personalità che rappresentano importanti fattori di rischio negli adolescenti. Ma la depressione resta uno dei fattori più importanti.
Il trattamento dell'adolescente che ha tentato il suicidio è mirato a gestire la "crisi" e a intervenire con una psicoterapia. Gestendo la crisi, il giovane vuole essere riportato all'equiibrio che precedeva lazione suicida dando supporto per risolvere il problema; ma bisogna andare a ciò che esiste al di là della crisi, attraverso la psicoterapia per evitare il rischio di condotte autolesive nel futuro.
E' necessario comprendere se dietro al gesto ci sia stata intenzionalitàpremeditata, quindi se il giovane non è riuscito poi a togliersi la vita.
Bisogna "lavorare" anche sulla famiglia dell'adolescente che, passato il pericolo immediato, preferisce recuperare l'equilibrio precedente il fatto -evidentemente patologico- anzichè ammettere nuove regole e prendere consapevolezza di un fallimento familiare. Così facendo, si incrementa il rischio che il giovane ci riprovi. A questo proposito, la terapia può essere farmacologica, prescrivendo un antidepressivo non letale se preso in maniera massiccia.
La gestione del paziente interessa misure come l'osservazione continua, le limitazioni fisiche e l'allontanamento di oggetti appuntati dall'ambiente affinchè vengano attenuati impulsi suicidi.
Quindi, comprendere qual è il loro sentito rispetto al presente e al futuro, capire quale richiesta è nascosta dietro all'atto suicida è il primo passo per prevenirne il comportamento.
"Adolescenza e comportamento suicidario", tratto in data 22-07-2010 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
http://www.opsonline.it/index.php?m=show&id=23316
In questo periodo di modificazioni, i giovani sono impegnati nella realizzazione della propria indipendenza dai genitorie nella costruzione della propria identità al di fuori della famiglia. Per questo, i genitori devono aiutare i figli non ostacolandone lo sviluppo e l'allontanamento, infatti la famiglia può tendere a considerare i figli sempre come "bambini".
L'adolescente deve raggiungere un nuovo equilibrio attarverso un processo di trasformazione che provoca sentimenti ambivalenti: timore di non riuscire e ansia, insieme con ambizione e desiderio di riconoscimento: egli vuole divenire autonomo ma rimpiange la perdita dell'infanzia.
Questo periodo di cambiamenti vede la persona anche in relazione agli amici, oltre che a famiglia e scuola.
Gli amici sono importanti perchè in questa fase della vita ci si può sentire incompresi da mamma e papà, ma accettati solo dai pari che condividono stesse emozioni e disagi tipici dell'età.
I ragazzi possono sentirsi talmente presi dalle loro problematiche e percepirle come irrisolvibili e ingestibili, e dunque arrivare a scegliere di tentare di togliersi la vita.
Il termine "suicidio" significa atto con cui l'uomo dispone definitivamnete di se stesso. E' un fenomeno diffuso in tutte e epoche e culture.
La psichiatria definisce il suicidio come un sintomo o come una sindrome. Considerarlo un sintomo vuol dire che è un atto voluto dal soggetto che decide di non vivere più per una causa esperna o interna al soggetto; il suicidio come una sindrome significa che esistono altri pensieri, atti, sentimenti e comportamenti, che la coscienza è alterata così come lo è il pensiero, cioè esiste un quadro psicopatologico alterato.
I comportamenti suicidari sono un fenomeno complesso e rappresentano un malessere della persona a più livelli e il suicidio è pensato come la soluzione migliore; esiste una crisi che comporta forte ssofferenza, bisogna non soddisfatti disperazione, sentimenti d'impotenza, situazioni sentite come insostenibili.
Disagi sostenuti da un'identità non maturata non permettono al giovane di integrarsi nella società e lo fa isolare dall'esterno, rendendolo più vulnerabile.
Suicidio e tentativo di suicidio sono considerati comportamenti prevedibili perchè ci può essere emulazione del gesto tra adolescenti che si conoscono tra loro o che frequentano la stessa scuola.
Il maggiore predittore per il rischio di suicidio è il tentativo di suicidio: interventi preventivi sono da attuarsi in persone trattate o ricoverate in ospedale per una condotte autolesiva. Oggi si interviene sulla "crisi" da parte di un'équipe pronta ad aiutare chi si trova dinanzi.
Sono emersi vari aspetti del suicidio che l'hanno considerato come modalità di esprimere, ad esempio, un lutto riferendosi non solo alla perdita di una persona ma anche di un'astrazione che ne ha preso il posto, come un valore o un ideale; può essere considerato conseguenza di una regressione ad una fase infantile dello sviluppo; ancora, come intenso desiderio di dipendenza verso un oggetto perduto; come fantasie di gratificazione legate ad un oggetto amato.
Hendin, dell'American Foundation for Suicide Prevention, ha studiato e classificato i diversi tipi di suicidio, affermando che le modalità di togliersi a vita vanno analizzate più della personalità del paziente perchè danno maggiori informazioni.
Da studi genetici sul comportamento suicidario -per valutare l'esistenza di una componente genetica nel tentato suicidio- è emerso che a maggior parte degli adoescenti che hanno tentato di togliersi la vita avevano una storia familiare di suicidio.
Circa la comunicazione nel comportamento suicidario, è dimostrato il rifiuto di comunicare immediatamente prima dell'atto, che avviene quando l'individuo interrompe le relazioni personali chiudendosi. Mentre nel tentato suicidio c'è la comunicazione della persona suicida, che "manipola" quelle attorno a sè.
Il grave problema delle condotte suicidarie in età adolescenziale è sempre più diffuso e necessita di analisi dele origine del gesto perchè si colloca tra le cinque principali cause di morte giovanile nella maggior parte dei paesi.
Le motivazioni sono da ricercare sia nell'ambito sociale, familiare e culturale di chi tenta il suicidio che nei disturbi psichici di cui la persona è affetta. In quest'età della vita, i ragazzi possono agire contro se stessi per evadere o dimenticare, morire per sfuggire alla depressione, per scommessa.
Un profilo dei giovani con idee suicide è emerso da studi che riportano questi fattori di rischio: sesso femminile, disturbi depressivi, disturbo da abuso e dipendenza da sostanze, disturbo del comportamento aggressivo, disturbo d'ansia e attacco di panico, eventi stressanti immediatamente precedenti il gesto, disfunzioni della famiglia, convivenza con un solo genitore, difficoltà coi pari, insuccessi scolastici.
Influenzano negativimente: i contesti familiari, insufficiente supporto della famiglia, separazione tra i genitori, morti o lutti non elaborati, difficoltà sociali, esperienze di violenza fisica e sessuale, problemi giudiziari.
Poca abilità sociale e capacità di problem solving, impulsività e aggressività sono caratteristiche di personalità che rappresentano importanti fattori di rischio negli adolescenti. Ma la depressione resta uno dei fattori più importanti.
Il trattamento dell'adolescente che ha tentato il suicidio è mirato a gestire la "crisi" e a intervenire con una psicoterapia. Gestendo la crisi, il giovane vuole essere riportato all'equiibrio che precedeva lazione suicida dando supporto per risolvere il problema; ma bisogna andare a ciò che esiste al di là della crisi, attraverso la psicoterapia per evitare il rischio di condotte autolesive nel futuro.
E' necessario comprendere se dietro al gesto ci sia stata intenzionalitàpremeditata, quindi se il giovane non è riuscito poi a togliersi la vita.
Bisogna "lavorare" anche sulla famiglia dell'adolescente che, passato il pericolo immediato, preferisce recuperare l'equilibrio precedente il fatto -evidentemente patologico- anzichè ammettere nuove regole e prendere consapevolezza di un fallimento familiare. Così facendo, si incrementa il rischio che il giovane ci riprovi. A questo proposito, la terapia può essere farmacologica, prescrivendo un antidepressivo non letale se preso in maniera massiccia.
La gestione del paziente interessa misure come l'osservazione continua, le limitazioni fisiche e l'allontanamento di oggetti appuntati dall'ambiente affinchè vengano attenuati impulsi suicidi.
Quindi, comprendere qual è il loro sentito rispetto al presente e al futuro, capire quale richiesta è nascosta dietro all'atto suicida è il primo passo per prevenirne il comportamento.
"Adolescenza e comportamento suicidario", tratto in data 22-07-2010 da Obiettivo Psicologia. Formazione, lavoro e aggiornamento per psicologi
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domenica 20 giugno 2010
I 10 SINTOMI PREMONITORI DELL'ALZHEIMER
1) PREDITA DI MEMORIA CHE COMPROMETTE LA CAPACITA' LAVORATIVA. E' normale, di tanto in tanto, dimenticare scadenze e/o nomi, ma la dimenticanza frequente può indicare che qualcosa non va.
2) DIFFICOLTA' NELLE ATTIVITA' DELLA VITA QUOTIDIANA. Un malato di Alzheimer, per esempio, potrebbe preparare un pasto e dimenticare di averlo fatto.
3) PROBLEMI DI LINGUAGGIO. Un malato di Alzheimer può dimenticare parole semplici e sostituirle con parole improprie.
4) DISORIENTAMENTO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO che può portalo a perdersi.
5) DIFFICOLTA' NEL PENSIERO ASTRATTA. Per un malato di Alzheimer riconoscere i numeri o eseguire calcoli può essere impossibile.
6) DIMINUZIONE DELLA CAPACITA' DI GIUDIZIO, che può, per esempio, portarlo a vestirsi in modo inappropriato.
7) LA COSA GIUSTA AL POSTO SBAGLIATO, come mettere un ferro da stiro in frigo o un orologio nel barattolo dello zucchero.
8) REPENTINI CAMBIAMENTI DI UMORE senza nessuna apparente ragione.
9) CAMBIAMENTI DI PERSONALITA', per cui da tranquillo il malato diventa irascibile, sospettoso e/o diffidente.
10) MANCANZA DI INIZIATIVA, e/o perdita di interesse per le proprie attività.
2) DIFFICOLTA' NELLE ATTIVITA' DELLA VITA QUOTIDIANA. Un malato di Alzheimer, per esempio, potrebbe preparare un pasto e dimenticare di averlo fatto.
3) PROBLEMI DI LINGUAGGIO. Un malato di Alzheimer può dimenticare parole semplici e sostituirle con parole improprie.
4) DISORIENTAMENTO NEL TEMPO E NELLO SPAZIO che può portalo a perdersi.
5) DIFFICOLTA' NEL PENSIERO ASTRATTA. Per un malato di Alzheimer riconoscere i numeri o eseguire calcoli può essere impossibile.
6) DIMINUZIONE DELLA CAPACITA' DI GIUDIZIO, che può, per esempio, portarlo a vestirsi in modo inappropriato.
7) LA COSA GIUSTA AL POSTO SBAGLIATO, come mettere un ferro da stiro in frigo o un orologio nel barattolo dello zucchero.
8) REPENTINI CAMBIAMENTI DI UMORE senza nessuna apparente ragione.
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giovedì 17 giugno 2010
TERAPIA DEL BUONUMORE: l'intervista rilasciata al settimanale CHI (SALUTE! n.6/2010)
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